Da “Corriere della Sera – CdM” del 25 agosto 2009, p. 3
Di Rocco D’Ambrosio, docente di etica politica, FTP di Bari e PUG di Roma
Si colleziona di tutto, nel mondo. Da queste parti (e non solo) anche gli incarichi politici e istituzionali. Spettacolo, non tra i migliori, vede la stessa persona ricoprire più cariche, oppure, aspirare a ricoprirne diverse. Vorrei dire, in primis, qualcosa dalla parte dei cittadini. In una democrazia matura (cosa che l’Italia non è) si distinguono rigidamente gli incarichi di partito da quelli istituzionali, per il semplice e significativo fatto che gli elettori hanno scelto una persona come sindaco, consigliere (magari poi assessore), presidente di un’autonomia locale, perché svolga quel mandato interamente, senza parteggiare, nel rispetto dell’istituzione che presiede e a servizio del bene comune. Gli elettori non eleggono un sindaco o presidente perché sia di mattina a capo dell’istituzione e di pomeriggio coinvolto nel gioco e nello scontro delle parti. Con tanto di dubbi su come sia possibile far bene, ad un tempo, il parlamentare, il sindaco, il consigliere, l’assessore, il presidente di un autonomia locale, il dirigente di partito e via discorrendo. E’ saggezza ricordare che bisogna assolvere ad un compito alla volta e bene; del resto l’attivismo e il protagonismo non hanno fatto mai bene a nessuno. Ma la saggezza non è di casa tra alcuni politici, di destra quanto di sinistra. Non a caso il fenomeno dei molti incarichi è trasversale, come altri fenomeni negativi: corruzione, difesa degli alti compensi, consociativismo, conflitti di interesse, delegittimazione politica e sociale delle istituzioni. In quest’ottica bisogna ricercare la causa non tanto in leggi e regolamenti (comunque da migliorare), ma in un deficit morale e professionale dell’attuale classe dirigente. Alcuni sintomi molto diffusi lo confermano: per esempio il vivere il potere in maniera esclusiva e poco collaborativa oppure il caricarlo di forti contenuti narcisistici e autoreferenziali. Non sfugge che sono in tanti oggi ad iniziare un impegno politico o istituzionale senza possedere un minimo di formazione etica e tecnica. La storia dei due maggiori partiti italiani (la DC e il PCI) mostra, con dati incontestabili, che i loro leader più formati erano quelli che non confondevano mai le istituzioni con il partito.
La carenza formativa trasforma oggi un po’ tutti i partiti in feudi di potere, dove si lotta all’ultimo sangue per occupare e conservare poltrone. Infatti, a livello nazionale come a livello locale, molte volte, si fa di tutto per vincere: si chiude un occhio su programmi e principi etici, si accolgono transfughi e camaleonti dell’ultima ora, si rimandano i nodi fondamentali al dopo, si acuisce la conflittualità con ogni mezzo (specie calunnie e minacce), si mina l’unità interna, si sprizza spocchia e cinismo, ci si crede indispensabili “salvatori della Patria” tanto da creare liste, movimenti e partiti ad ogni piè sospinto. Naturalmente fatte salve le pochissime e nobili eccezioni. Una storia che si sta ripetendo fin troppo; mentre cresce, nella gente perbene una nostalgia di figure che volano alto, per maturità, moralità e capacità tecnica. Vale ancora oggi l’esortazione di Moro, scritta nel 1944: “Ora dobbiamo percorrere una lunga e difficile strada: dobbiamo appunto ricostruire … Chi ha da fare della politica attiva, la faccia, con la stessa semplicità di cuore con la quale si fa ogni lavoro quotidiano … E nessuno pretenda di fare più o meglio di questo. Perché questo è veramente amare la Patria e l’umanità”.



